lunedì 26 gennaio 2015

Controlli sul mercato? Oh yes!

Colpirne uno per educarne cento. OK, le norme sono una gran rottura di scatole, la burocrazia pure, ecc.ecc. Ricordiamo però cosa prescrivono le leggi in vigore: per il materiale elettrico commercializzato sul territorio europeo si applicano le direttive; le direttive in soldoni richiedono che prima di immettere un prodotto sul mercato, occorre apporre sullo stesso la marcatura CE; la marcatura CE però si può mettere se si è preparato il "fascicolo tecnico", ovvero si sono eseguite le prove applicando le norme in vigore e si è in possesso di un test report. Chi segue la procedura corretta? Quasi nessuno: i controlli sul mercato vengono fatti poco e male; numericamente sono ridicoli, e si fanno anche prelievi di grosse aziende che solitamente sono quelle che sono a posto, o perché dotate di strutture interne, o perché hanno i prodotti marchiati e certificati da un ente. Anche qui non mancano le eccezioni, ma non facciamo nomi (potreste rimanere sorpresi). 
In ogni caso pare che la pacchia stia per finire: mi è giunta all'orecchio la notizia che un ente stia potenziando la struttura dei controlli sul mercato (probabilmente in accordo col ministero dello sviluppo economico); questo significa che i controlli sul mercato stiano per aumentare. Ovviamente auspico che i controlli siano tanti e mirati: a fare un po' di pulizia togliendo di mezzo "i soliti furbetti" innanzi tutto ne guadagna il mercato, ovvero gli utenti, avendo la certezza che il ministero vigila sui prodotti venduti. Ne guadagnerebbero anche le aziende serie che altrimenti si trovano a confrontarsi con aziende sleali che risparmiano sulla sicurezza. Spero che i controlli siano fatti anche su prodotti di aziende europee (tedesche in primis): vedremo se i tanto ligi tedeschi sono così immacolati come si spacciano di essere, e su prodotti di aziende cinesi: gli importatori troppo spesso fanno "orecchie da mercante" agli obblighi di legge proponendo dichiarazioni fatte in Cina che legalmente valgono meno della carta su cui sono stampati. C'è un mercato anche di consulenti che propongono i loro servizi per fare in modo che sul mercato finiscano solo prodotti testati: in questo momento questo mercato è al lumicino: i clienti scorretti penalizzano anche chi si propone di collaborare con loro per vendere prodotti sicuri. La chiusura di un laboratorio o di uno studio di consulenza è un brutto segnale: significa perdita di professionalità, e indice di poca qualità sul mercato. Speriamo che le cose stiano per cambiare. 
 
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martedì 20 gennaio 2015

Il grande bluff 2: la ISO17025

Va bene, stanotte ho dormito male. Però ci sono delle cose che proprio non riesco a farmele andare giù, e una di queste è la famigerata ISO17025. Perché non mi va giù? Perché è una norma che non serve a (quasi) nulla, se non a complicarsi (e a complicare) la vita. Il motivo è molto semplice, ma occorre spiegare cos'è la norma ISO17025: è la norma che disciplina i laboratori di prova (è la ISO9000 dei laboratori). Ora, va bene che bisogna normare tutto, e posso capirlo per i centri di taratura o gli enti di certificazione, ma santo Iddio: per un "banale" laboratorio che fa prove non bastava richiedere "solo" la taratura periodica degli strumenti? NO! Oltre a quello bisogna registrare tutto, ma anche il modulo deve essere registrato. Si applicano le norme? Bene, ma bisogna spiegare come si applicano,,, ora capisco che nessuno nasce imparato, e io posso scrivere tutto, ma tanto se uno non si fa un annetto di gavetta, ma con uno bravo, col cazzo che arriva il primo che passa, legge il manuale e diventa il signore delle misure. Chiaro? E cinque anni di istituto tecnico dove li mettiamo? E poi dove sta scritto che per fare una prova occorre avere materialmente tutte le attrezzature? ESEMPIO: la norma nel paragrafo delle regolazioni meccaniche prescrive che le parti regolabili siano movimentate per tutta l'estensione per 15-150-1500 cicli a seconda del tipo di prodotto. Ora il buon Dio (quello di prima) ci ha dotati di manine, braccine, e cervello (ma non tutti, purtroppo), per cui le regolazioni me le posso fare da solo. E invece no: per fare i cicli a quanto pare dovrei comprarmi un robottino. Lo posso dire? Ma vaccaghèr... 
 
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Il grande bluff: la sicurezza fotobiologica

Ebbene si, non sono un fan della EN62471. Intanto finora abbiamo vissuto tranquillamente senza (e non credo nessuno ne sentisse la mancanza). E il motivo è molto semplice: è una prova poco utile. Perché non inutile? Perché in effetti qualche bambino (o qualche stolto) coi LED potrebbe farsi male, ma basterebbe qualche piccola accortezza che la prova sarebbe inutile. Vogliamo fare delle misure? Ad esempio si potrebbe legare direttamente l'intensità (le candele) ad una distanza di sicurezza. E invece no: si fa una norma complicatissima (la EN62471), un "rapporto tecnico" (IEC/TR 62778) molto penalizzante da un lato, e che non dà i limiti per i gruppi RG0 se non misurando la luminanza, o per la soglia RG1 i LUX con la temperatura di colore, ed il gioco è fatto. I paladini dell'utente sicuro sono serviti. E (se non ho letto male) nella nuova EN60598-1 la IEC/TR 62778 si applicherà a tutte le sorgenti (ma prendetela col beneficio di inventario, non l'ho ancora letta bene). Se è così vedremo presto gli effetti di cotanta "accortezza"... 
 
UPDATE: per essere una norma "empirica" la 62778 non è poi così male; certo ci vuole la strumentazione adatta, ma non serve certo la strumentazione per fare le prove della 62471. Insomma, piuttosto che niente meglio piuttosto.

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lunedì 15 dicembre 2014

Quali direttive per gli apparecchi di illuminazione?

Dopo il post sulle norme, eccoci alle direttive. 
Le direttive sono tante, e provo a fare un elenco (non spaventatevi). 
- Direttiva LVD; attualmente ne sono in vigore due: la 2006/95/CE che è sostituita dalla 2014/35/UE. Sono in vigore entrambe per il periodo di sovrapposizione per permettere ai fabbricanti di adeguare i vecchi prodotti ai nuovi requisiti. In realtà dal punto di vista tecnico cambia poco (ovvero dai requisiti da rispettare per dimostrare la conformità dei prodotti ai requisiti essenziali della direttiva); sono però definiti in maniera più precisa e definite le responsabilità dei vari operatori economici presenti sul mercato, ovvero produttori e importatori. Ovviamente va dichiarata nella dichiarazione CE di conformità.
- Direttiva EMC: anche qui attualmente ne sono in vigore due: la 2004/108/CE che è sostituita dalla 2014/40/UE.Anche questa è stata aggiornata per definire diversamente gli operatori economici. Se applicabile al prodotto, va dichiarata nella dichiarazione CE.
- Direttiva RAEE 2002/96/EC. E' la direttiva per lo smaltimento dei "Rifiuti di Apparecchi Elettrici ed Elettronici" (in inglese WEEE). Tutti i fabbricanti e gli importatori devono aderire ad un consorzio RAEE (ce ne sono diversi) per il corretto smaltimento a fine-vita degli apparecchi. NB: non va citata nella dichiarazione CE.
Occorre elencare i materiali dei prodotti per consentirne il corretto riciclo.
- Direttiva RoHS 2011/65/CE. E' la direttiva per la messa la bando di alcuni materiali pericolosi: piombo, cromo esavalente, mercurio, cadmio e due ritardanti la fiamma per le plastiche ma che sono cancerogeni. E' da inserire nella dichiarazione CE. 
- Direttiva REACH: Regolamento (CE) n. 1907/2006 concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH), che istituisce un’Agenzia europea per le sostanze chimiche, che modifica la direttiva 1999/45/CE. Qui l'argomento è complicato perché si parla di sostanze chimiche. Le aziende dovrebbero avere dai loro fornitori (i costruttori non sono produttori di sostanze chimiche, ma sono utilizzatori a valle) delle schede in cui si dichiara la conformità alla direttiva REACH. Negli apparecchi di illuminazione non dovrebbero esserci grossi problemi, ma con le plastiche o certe cromature qualche sorpresa potrebbe saltar fuori.
- Direttiva per l'etichetta energetica 2010/30/EC (+ regolamento 874/2012): sono rispettivamente direttiva e regolamento per l'etichetta energetica degli apparecchi di illuminazione. Molti fanno parecchia confusione (ma li capisco...) in quanto tanti confondono le prescrizioni per gli apparecchi con quelli delle lampade (o lampadine).

Finora abbiamo scherzato, adesso il gioco si fa duro. Secondo voi, come si fa ad obbligare i produttori di apparecchi elettrici a fare prove che non c'entrano con le norme di sicurezza specifiche di quel prodotto? Ma ovviamente tirando in ballo non la sicurezza elettrica (troppo generico?) ma la sicurezza dei lavoratori.
Ecco quindi disponibili le seguenti direttive:
- direttiva 2004/40/UE per i campi EMF (campi elettromagnetici, ma non c'entrano con le verifiche EMC), 

- direttiva 2006/25/CE per le radiazioni ottiche (ovvero il motivo reale per cui va fatta la famigerata prova di sicurezza fotobiologica). 

Pensate di aver finito? Ma manco per niente: 

- DIRETTIVA 2005/32/CE per la progettazione ecocompatibile dei prodotti che consumano energia e recante modifica della direttiva 92/42/CEE del Consiglio e delle direttive 96/57/CE e 2000/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio;
- DIRETTIVA 2009/125/CE per la progettazione ecocompatibile dei prodotti connessi all’energia;
- REGOLAMENTO (CE) N. 245/2009 recante modalità di esecuzione della direttiva 2005/32/CE specifiche per la progettazione ecocompatibile di lampade fluorescenti senza alimentatore integrato, lampade a scarica ad alta intensità e di alimentatori e apparecchi di illuminazione in grado di far funzionare tali lampade, e che abroga la direttiva 2000/55/CE (si ce n'era un'altra).

Infine conviene dare una occhiata al CODICE DEL CONSUMO, DLGS 205/2006.

Dovrebbero essere queste le direttive e i regolamenti applicabili agli apparecchi di illuminazione (e non solo), ma non sono ancora sicuro che ci siano tutte. Se avete qualche informazione a proposito, fatemi sapere.
PS: sempre per gli apparecchi di illuminazione, non abbiamo citato le Leggi Regionali... perché ci sono anche quelle!  
 
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Il puntino sulla i: test report e fascicolo tecnico (o documentazione tecnica).

C'è una precisazione da fare per la documentazione da preparare per le direttive. Le direttive parlano di documentazione tecnica, mentre i laboratori e gli enti parlano di test report. In effetti non stiamo parlando della stessa cosa.
La direttiva infatti parla di documentazione tecnica, e precisamente (cito dalla 2006/95/CE): 

"La documentazione tecnica deve consentire di valutare la conformità del materiale elettrico ai requisiti della direttiva.
Essa deve comprendere, nella misura necessaria a tale valutazione, il progetto, la fabbricazione ed il funzionamento del materiale elettrico; essa contiene:
- la descrizione generale del materiale elettrico;
- disegni di progettazione e fabbricazione nonché schemi di componenti, sottounità, circuiti;
- le descrizioni e le spiegazioni necessarie per comprendere tali disegni e schemi e il funzionamento del materiale elettrico;
- un elenco delle norme che sono state applicate completamente o in parte e la descrizione delle soluzioni adottate per soddisfare gli aspetti di sicurezza della direttiva qualora non siano state applicate le norme;
- i risultati dei calcoli di progetto e dei controlli svolti, ecc.;
- le relazioni sulle prove effettuate. "

Il test report è "solo" l'ultimo punto citato dalla direttiva, ma è il più importante perché dimostra la conformità alle norme (ed è quello che viene chiesto da chi fa i controlli sul mercato). Se volete essere proprio scrupolosi, per fare un fascicolo tecnico, al test report potete aggiungere qualche disegno tecnico.A volte però viene utilizzato il test report da solo, dato che al suo interno dovrebbero essere contenute delle fotografie del prodotto testato. 
 
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Marcatura CE, marchio nazionale, ENEC ed ENEC PLUS. Quali sono le differenze? (parte terza)

Nella prima e nella seconda parte parte ho spiegato le differenze tra la marcatura CE ed un marchio nazionale; il marchio ENEC è il passo successivo. Cos'è il marchio ENEC? Il marchio ENEC è un marchio comunitario riconosciuto in tutta Europa che viene rilasciato sempre da un ente nazionale, ma dove il prodotto verificato è costruito da una azienda certificata ISO9000. In questo modo l'azienda può vendere il prodotto in tutta Europa e non ha bisogno di certificare il prodotto presso i vari enti nazionali. Allo scopo di rendere comunque il marchio riconoscibile, il marchio ENEC può essere abbinato ad un numerino che identifica l'ente che ha rilasciato questo marchio. Per l'azienda certificare ENEC i suoi prodotti ha due vantaggi:  uno dall'avere con un unico marchio una copertura europea, l'altro dal fatto che comunque il marchio ENEC è "più prestigioso" rispetto al marchio nazionale. 
Avendo un sistema ISO 9000, si ritiene che l'azienda possa garantire standard di produzione più elevati rispetto una azienda che non ha un sistema qualità certificato, e quindi il marchio è riconosciuto a livello europeo. 
Se sembrava che con il marchio ENEC la faccenda fosse finita, ecco che gli enti europei si sono inventati un'altra certificazione: il marchio ENEC PLUS (o ENEC+). 
Prima di spiegare il marchio ENEC+ facciamo una premessa: cosa si certifica con un marchio nazionale o con il marchio ENEC? Si controlla la conformità alle norme di sicurezza, ovvero alle norme che banalmente garantiscono che l'untente che usa un prodotto lo possa usare con tranquillità, senza che questo gli provochi scosse elettriche o gli incendi la casa. Tutte le norme di sicurezza infatti controllano grosso modo marcatura; istruzioni; costruzione (caratteristiche specifiche che deve avere un prodotto); cablaggi interni ed esterni; messa a terra; distanze isolanti; resistenza all'umidità, all'acqua e ai corpi solidi (il cosiddetto GRADO IP); rigidità dielettrica (e resistenza di isolamento); distanze isolanti; resistenza dei materiali al calore e all'infiammabilità, e le prove di riscaldamento.
Fatto tutto questo sembrerebbe finita, invece no. 
Il marchio ENEC+ oltre a verificare tutti questi parametri certifica la prestazione del prodotto. Per prestazione si intendono l'efficienza e la distribuzione fotometrica. Le caratteristiche illuminotecniche infatti non sono problematiche di sicurezza (che un prodotto faccia poca o tanta luce non è un problema che attenta alla vita delle persone, semmai un prodotto poco efficiente attenta al suo portafoglio, ma non risulta che sia mai morto nessuno per questo). Comunque per chi fosse interessato ad avere certificate queste caratteristiche adesso può essere soddisfatto: col marchio ENEC+ può essere sicuro che anche le prestazioni  sono controllate.
Per maggiori informazioni consultare il sito del marchio ENEC: www.enec.com 
 
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Marcatura CE, marchio nazionale, ENEC ed ENEC PLUS. Quali sono le differenze? (parte seconda)

Avere un marchio nazionale (IMQ, SEMKO, KEMA, o altro) è tutto un altro discorso. In Europa i marchi sono VOLONTARI: nessuno vi obbliga legalmente a richiederne uno (NB: in alcuni paesi extra-europei avere il marchio nazionale è obbligatorio). Se non siete obbligati legalmente però può richiederlo l'acquirente. Succede soprattutto con le grosse commesse: uno dei requisiti di solito è che il prodotto per essere acquistato deve avere un marchio di qualità emesso da un ente terzo (magari in un appalto). In questo caso l'azienda se vuole vendere il suo prodotto, tra i requisiti richiesti deve avere un marchio di qualità. Oppure avendone i mezzi può far marchiare (certificare) i suoi prodotti la grossa azienda "di marca".
Cosa cambia però rispetto la marcatura CE? Cambiano due cose: intanto il prodotto è controllato da una "parte terza" (quindi indipendente) che ne verifica la conformità alle norme, ma la cosa importante è che il prodotto certificato è sottoposto da parte dell'ente certificatore a controlli periodici che ne controlla la conformità nel tempo. In pratica una-due volte all'anno l'ente certificatore fa una ispezione nei magazzini del produttore, preleva dei campioni dal magazzino e li fa controllare dai suoi tecnici che ne controllano la qualità costruttiva (e che la produzione sia uguale al prodotto certificato). Inoltre l'ente richiede che il fabbricante prima di immettere i prodotto nel mercato li sottoponga alle "prove di fine linea", ovvero alle verifiche di correttezza della messa a terra (quando c'è), una verifica di isolamento e una di funzionalità. In questo caso ovviamente la situazione è ben diversa: se nella marcatura CE tutto è demandato alla responsabilità del fabbricante (quindi in pratica non c'è alcuna garanzia che il prodotto sia effettivamente costruito in conformità alle norme, nonostante la marcatura CE) con un marchio di qualità la conformità è controllata e monitorata da parte di un ente di parte terza (segue)... 
 
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venerdì 12 dicembre 2014

Marcatura CE, marchio nazionale, ENEC ed ENEC PLUS. Quali sono le differenze? (parte prima)

Quali sono le differenze tra il CE, un marchio nazionale, e il marchio ENEC?
Intanto chiariamo che il CE non è un marchio, ma una marcatura. In pratica la marcatura CE è una autocertificazione. La marcatura CE nasce dalle direttive 73/23 e 93/68 (aggiornate nella 2006/95/CE, ma è appena uscita la 2014/35/UE) che per farla breve dicono che un prodotto (qualunque prodotto elettrico) prima di essere immesso sul mercato deve essere marcato con la marcatura CE, con cui un fabbricante (o un importatore) si assume la responsabilità legale del prodotto. Prima di mettere la marcatura CE però il fabbricante deve preparare un fascicolo tecnico che dimostra la rispondenza dei prodotti ai requisiti essenziali di sicurezza della direttiva; la conformità alle norme del prodotto garantisce il rispetto di tali requisiti (si dice che la norma dà presunzione di conformità).
Ricapitoliamo: le direttive riguardano in generale tutti i prodotti; per la rispondenza ai loro requisiti si applicano le norme che sono specifiche dei prodotti (ad esempio piccoli elettrodomestici, apparecchi di illuminazione, frigoriferi, ecc.).
Trattandosi di una autocertificazione il fabbricante può farsi le prove in casa, sempre che abbia le attrezzature e il personale preparato all'esecuzione delle prove; in pratica però succedono tre cose: 
- il fabbricante (o rammentiamolo, l'importatore) si attrezza con gli strumenti necessari e assume un tecnico che prepara i fascicoli tecnici (e magari segue la qualità, o altro);
- il fabbricante non ha il personale qualificato e preferisce appoggiarsi a strutture esterne per la preparazione del test report (consulenti o enti di certificazione);
- il fabbricante preferisce rischiare e non fa nulla. 
Ora il problema è che il deterrente per il fabbricante che non fa nulla è quasi nullo: i controlli sul mercato sono piuttosto scarsi, e le probabilità di subire controlli sono piuttosto basse. Anche se scarse però le probabilità ci sono, e se il fabbricante non ha la documentazione a posto sono già multe piuttosto salate. 
Molto peggio se succede un incidente: in tal caso parte lo schiaccia sassi e per il costruttore non a posto sono guai grossi. Intanto prende una bella multa, e se il prodotto non è conforme viene ritirato dal mercato, segnalato in ambito comunitario e se effettivamente pericoloso viene anche segnalato sui giornali (sempre a spese del fabbricante). In pratica per il costruttore poco scrupoloso è il fallimento: dopo una tale pubblicità, chi comprerebbe più un prodotto da quella ditta? (Segue). 
 
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martedì 9 dicembre 2014

La prova del trefolo

La "prova del trefolo" è una di quelle prove che se uno non ha mai aperto la norma EN60598 mai si sognerebbe di fare di sua iniziativa. Questa prova infatti simula una installazione maldestra da parte dell'utente (che per definizione non è qualificato) e nell'inserire i cavi di alimentazione nel morsetto causa la fuoriuscita di un "trefolo" di un cavo flessibile col rischio di mettere in tensione parti metalliche accessibili.
Si controlla pertanto che nel caso dal morsetto fuoriesca un trefolo (che va lasciato di lunghezza uguale a 8mm, ed il cavo inserito a fondo nel morsetto) i cavi di fase e neutro non vadano a contatto di parti metalliche accessibili; nel caso del morsetto di terra non possa andare a toccare parti in tensione. 
Una considerazione: la prova implica che tutti i morsetti del cablaggio interno non sono interessati dalla verifica. 
Anche se la prova in sé è apparentemente banale ci sono situazioni-limite dove il trefolo è sul bordo del morsetto, e con i morsetti non fissati qualche ente lo considera valido, qualche altro no.

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giovedì 4 dicembre 2014

Resistenza degli apparecchi a LED agli impulsi di tensione (e relative prove EMC)

Gli apparecchi a LED devono essere conformi anche alla direttiva EMC, quindi devono fare tutte le relative prove di compatibilità elettromagnetica. Già, ma quali prove? 
Intanto tutti i prodotti devono superare le prove di emissione (condotte e irradiate) per verificare che l'apparecchio sotto test non superi certi limiti, onde evitare che i disturbi se eccessivi possano creare problemi ad altri apparecchi collegati sulla stessa linea (disturbi condotti) o posti nelle vicinanze (disturbi irradiati). Queste prove sono da fare sempre, dato che i disturbi, per la presenza dell'involucro, e la posizione relativa dei conduttori (interni ed esterni, e/o primari e secondari se presenti, a bassa o alta frequenza, ecc.) possono dare esiti differenti. In caso di esiti negativi la cosa più semplice è fare qualche prova: a volte è sufficiente "disaccoppiare" i conduttori se sono sovrapposti (l'interferenza è nulla se i cavi sono a 90° tra di loro, ma a volte basta allontanarli) o schermare dei cavi interni; se non è possibile o non ci sono risultati apprezzabili si può modificare l'apparecchio con l'aggiunta di filtri come piccoli condensatori, induttanze, o anelli in materiale ferromagnetico; una soluzione radicale può essere quella di sostituire un alimentatore che non si riesca a ricondurre sotto i limiti di disturbo indicati nelle norme. 
Per quanto riguarda la verifica dell'immunità, se il componente principale (o il gruppo di componenti) è già stato verificato, queste verifiche non sono più necessarie. La cosa importante però è che questi test siano già stati eseguiti. Attenzione: se in presenza di un alimentatore possiamo stare abbastanza tranquilli (è l'ingresso dell'unità di alimentazione che deve reggere gli sbalzi ed i picchi di rete) in caso di LED funzionanti a 230V collegati direttamente alla rete la faccenda è molto più delicata. Ricordiamo che i LED sono dispositivi a semiconduttore, e se possono reggere bene 230V, quando siamo in presenza di picchi di rete è molto probabile che in assenza di protezioni specifiche i LED saltino (vanno in corto e non funzionano più). Questa cosa è ancora più sentita sugli apparecchi per esterni che sono soggetti a sollecitazioni e picchi più elevati rispetto ad apparecchi installati in interni. Attualmente un grosso problema infatti è presente sulle armature stradali in classe II: mancando la messa a terra, è molto difficile filtrare adeguatamente la rete; in mancanza della terra su cui scaricare i disturbi bloccati dai filtri (induttanze, condensatori ma anche scaricatori, detti SPD o VDR) non è semplice risolvere certi problemi. Per farci una idea, su un prodotto per esterni andrebbe eseguita una prova di scariche sulla rete con picchi a 6000V. Fare i test, anche se costosi, previene situazioni ancora peggiori, dove oltre al danno diretto (sostituzione dei prodotti) c'è un danno di immagine. L'azienda diligente in caso di problemi non si limita a fare una sostituzione, ma fa anche una analisi e provvede a fornire un prodotto modificato (altrimenti la serie di sostituzioni rischia di essere piuttosto lunghetta...).  Ovviamente l'azienda veramente diligente fa i test PRIMA... mai il detto PREVENIRE E' MEGLIO CHE CURARE è stato più azzeccato. 
 
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mercoledì 3 dicembre 2014

La tensione nominale di un apparecchio di illuminazione

Questione di lana caprina (qualcuno potrebbe dire che la norma va interpretata). 
Sulla EN60598-1 al paragrafo 3.2.2 (Marcatura) la tensione nominale viene indicata come un dato da riportare tra i dati di targa. Però, per gli apparecchi con lampada ad incandescenza la tensione va marcata solo se la tensione nominale è diversa da 250V. Il motivo è semplice: se un apparecchio non ha alcun dispositivo che necessita di una tensione ben precisa di funzionamento (pensiamo ad un trasformatore che necessita ad esempio di 230V) l'utente, quando andrà sul mercato a comprare una lampada (detta comunemente lampadina) troverà lampade che funzionano alla tensione nominale locale, quindi non c'è alcuna necessità di riportare sul prodotto una tensione che non ha alcuna necessità di essere limitata. 
Ora il problema nasce dal fatto che sul mercato cominciano ad essere diffuse le lampade fluorescenti compatte con alimentatore incorporato e quelle a LED che sostituite alle lampade ad incandescenza consentono un discreto risparmio sul consumo di elettricità: benché queste dal punto di vista funzionale abbiano le stesse caratteristiche delle lampade ad incandescenza (spesso anzi sono vendute in sostituzione di tali lampade allo scopo di risparmiare energia) dato che la norma appunto parla di lampade ad incandescenza qualcuno applicando la norma alla lettera, per le lampade non ad incandescenza richiede la tensione nominale in targa. Cosa fare? La richiesta è corretta nella forma ma errata nella sostanza: a questo punto tanto varrebbe modificare la norma!  
 
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martedì 2 dicembre 2014

Di che colore devono essere i cavi interni di un apparecchio di illuminazione?

Questa è una domanda che ogni tanto mi viene fatta. In effetti non è una domanda banale, perché se lo chiedete ad un elettricista vi dirà che i cavi devono essere blu, marrone e giallo/verde. Ma è davvero così? Vediamo cosa prescrive la norma EN60598-1: al paragrafo 5.3.1 (cablaggio interno) è indicato che "I conduttori di colore verde e giallo devono essere utilizzati esclusivamente per le connessioni di terra". In pratica vuol dire che il cablaggio interno (terra compresa) può essere di qualunque colore, ma se ci sono dei conduttori giallo/verde questi devono essere solo dei cavi di messa a terra. Infatti se vi capitasse di vedere l'interno di una plafoniera con lampade fluorescenti, di solito i cavi interni sono tutti di colore bianco. Volendo usare dei cavi colorati però conviene utilizzare una codifica che abbia un senso e non tragga in confusione: quindi per i cavi con la rete in alternata vanno bene marrone, blu, e in caso di più fasi anche nero, rosso, viola, grigio, bianco, arancione e verde; per la terra sempre giallo/verde.
Se però abbiamo una parte di circuito in corrente continua, il rosso ed il nero dobbiamo riservarli rispettivamente al più e al meno. Se invece abbiamo dei conduttori destinati al collegamento dei comandi tipo DALI conviene utilizzare il colore arancione. 
 
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Cosa dice la norma...

Come libero professionista mi capita purtroppo spesso di sentire discorsi del tipo "la norma va interpretata". Ora bisogna essere categorici: le cose o si conoscono o non si conoscono, e da interpretare c'è ben poco. A meno che non ci si trovi di fronte all'improvvisato del momento che non sapendo bene che pesci prendere si arrampica un po' sugli specchi e sfoggia con saccenteria la classica frase "sa le norme sono complicate e bisogna interpretarle correttamente". Ribadisco che dopo qualche annetto che si mastica la materia le norme sono chiarissime. Si impara a conoscerne pregi e difetti, eventualmente le carenze, ma che la norma vada interpretata proprio no. E tornando al titolo: cosa dice la norma? La norma non parla!
 
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Apparecchi a LED con circuito stampato "metal core": messa a terra si o no?

Chiariamo che stiamo parlando dei circuiti funzionanti a tensione di rete, o comunque con circuiti che non sono SELV. Come sappiamo il punto debole dei LED sono le alte temperature, e dato che ora si cominciano a raggiungere sui singoli chip potenze ragguardevoli (anche qualche decina di watt) non è così semplice smaltire in modo efficace il calore. Sono nati così dei circuiti stampati dove al posto della fibra di vetro come materiale di base si usa un materiale metallico (tipicamente alluminio) rivestito di resina epossidica su cui sono depositate le piste in rame, a loro volta ricoperte da altri strati di resina ecc.ecc. Date le caratteristiche particolari di queste resine non è difficile fare in modo che tra le piste e la base metallica si possa avere un doppio isolamento (o meglio un isolamento rinforzato). Il test di rigidità dielettrica d'altronde prevede l'applicazione tra le parti in tensione e le parti metalliche accessibili di 3000V, e questi valori con tali resine sono facilmente raggiungibili. Le norme però non consentono l'uso delle resine (smalti, vernici o simili) come isolamenti, e nonostante le garanzie offerte dai fabbricanti dei laminati tali garanzie non sono state ritenute sufficienti a garantire un adeguato livello di sicurezza. Risultato: tutti i laminati a base metallica di circuiti collegati alla rete devono essere collegati a terra, quindi l'apparecchio deve essere di Classe I. Non abbiamo preso qui in considerazione le distanze isolanti, che comunque sulle parti in tensione scoperte devono essere rispettate (§11.2 della EN60598-1). Rammento che al contrario di altre norme, nella EN60598-1 non si misurano gli spessori dei materiali: la bontà dello spessore è verificata mediante la prova di rigidità dielettrica (§10.2). 
 
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Apparecchi di illuminazione antivandalo: quali norme applicare?

Vado subito al sodo: al momento non esiste una norma per gli apparecchi di illuminazione che siano protetti (o meglio resistenti) agli atti vandalici. Esiste solo una categoria di prodotti che ha una sezione dedicata alla verifica della resistenza agli atti vandalici ed è la norma degli ascensori, in particolare per le pulsantiere. E' allo studio presso il CEI un progetto per una norma di prestazione per la costruzione di apparecchi resistenti agli atti vandalici. Appena ci saranno novità sarete informati. Stay tuned! 
 
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